"Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché.
I loro desideri hanno le forme delle nuvole."

Charles Baudelaire

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mercoledì 31 marzo 2010

Tibet ad occhi aperti...i miei. 3° parte


Partiamo per Gyantse, senza fretta con un tempo meraviglioso, il cielo è terso il sole caldo e la temperatura inaspettatamente mite, è la primavera.
Attraversiamo costantemente colline colorate dalle bandiere tibetane a protezione delle case, dei raccolti, delle famiglie, come sulle case che incontriamo.
Notiamo tra loro alcune differenze sono nuove, grandi, hanno trattori e tra le prayng flags anche quella cinese.
Le altre sono più piccoline, spartane, con gli agricoltori che iniziano ad arare il terreno “surfando” sulle aratro trainati dai buoi, mai visto prima J.
Ci fermiamo pochi minuti in una sorta di mulino, piccolo, alimentato da un ruscello.
E’ gestito da una semplice famiglia intenta alle mansioni di tutti i giorni breve sosta poi ripartiamo.
Arriviamo e  la città è piccola e ovviamente “rivisitata” da coloro che a mio avviso non fanno altro che togliere l’anima di questi luoghi, nonostante si dica che è la meno toccata dall’affluenza cinese io non la vedo così, anzi!
La mattina è libera e giriamo per le 4 vie naturalmente adibite al consumo, vista la rapidità dell’esplorazione cittadina decido di farmi la barba da un barbiere, cinese.
Non l’avessi mai fatto, sistemato su un lettino stile “chirurgia sperimentale”, il tipo tenta di scolpire spazi sul mio volto con il rasoio, tremando, arrivato al mento chiama la moglie in aiuto, poi continua lui…dopo mezz’ora chiedo uno specchio e…pago, ringrazio e torno in albergo per terminare il capolavoro in solitaria…manco la barba!!!
Il pomeriggio visita al Pelkhor Chode Monastery  e la Kumbum stupa , la più grande del Tibet, in stile nepalese, proprio all’interno del monastero.
Bello, come sempre, tra la costanza dei fedeli e i loro sguardi sinceri.
Un monaco ci offre dolci.
Nel monastero c’è la foto di un giovanissimo Lama che riporta la mia mente a Bodhgaya, India, dove vedevo sempre la foto del Dalai Lama con accanto un altro giovane Lama Rimpoche, quindi  chiedo alla guida delucidazioni in merito.
Risponde, incredibile, ma dopo due minuti mi raggiunge e prendendomi sotto braccio mi dice sottovoce di non fare mai più domande di questo tipo pronunciando la parola Dalai Lama.
Il monaco subito dopo la mia domanda ha chiesto spiegazioni e lo ha redarguito…
Che dire?
Dopo la visita io e i due minchiones olandesi siamo andati sul Forte di  fronte al monastero passando per la vera città tibetana, una sorta di villaggio con normalità da respirare a pieni polmoni, le persone immerse nel quotidiano, le vacche ad oziare e i bimbi a petto nudo a giocare spensierati….splendido, dietro, nascosto… naturalmente l’ingresso al forte non è compreso nel pacchetto ma abbiamo “portoghesato” il tutto infiltrandoci senza essere visti.
Dopo la stremante arrampicata e le deliziose foto di rito, ci siamo ritrovati un cancello di 5 metri sbarrato!
Chiusi nel forte alle 16 del pomeriggio.
Panico.
Ma eravamo troppo stanchi per preoccuparci quindi ci siamo arrampicati sul cancello e scivolati dal pertugio in cima mentre l’altro spingeva per far spazio tra il ferro e la roccia…io ero un pelino preoccupato non essendo proprio in forma come loro, già mi immaginavo la notte all’interno e la gentilezza delle guardie cinesi, da  brividi, ma sono riuscito a filtrare…arisanti kg persi J.
Torniamo in albergo ed incontriamo altri del gruppo, discutiamo dell’ennesima strana giornata e…decidiamo di cenare insieme scacciando via le innumerevoli perplessità.
Le giornate passano veloci, le visite, i spostamenti, le sistemazioni, la sera alle 21 siamo tutti in stanza; siamo sempre tra i 4000 e i 5000 mt, ed anche se ai più il tutto è passato, la stanchezza è sempre presente.
Il giorno dopo si riparte destinazione Lhasa attraverso i paesaggi che cambiano e con i miei occhi che non riescono a stancarsi, corrono dietro ogni immagine attraverso il finestrino, ma la voglia è quella di fermarsi e camminare, parlare, stare un po’ ma…non si può.
Arriviamo al lago Yamdrok Tso, magnifico, il sole si riflette sull’acqua color turchese, da fiaba, si insinua nelle vallate creando forme meravigliose, mai visto niente di simile.
In parte è ancora ghiacciato e con il sole e le ombre  l’effetto,  se possibile, è ancora più magico.
Il lago è sacro per i tibetani in quanto divino protettore del paese, un tempo lo era anche per i cinesi ma ora non più.
Sono solo intenti a ricavarne da esso “sacra” energia elettrica con la loro centrale, distruggendo non solo l’aspetto spirituale di questo splendido luogo, ma anche l’intero ecosistema in una  zona unica al mondo.
Perché?
Siamo tutti piuttosto estasiati da questo spettacolo e dopo un po’, parecchio, la guida riesce a farci ripartire, dobbiamo raggiungere Lhasa.
Saliamo e scendiamo continuamente, come il nostro mal di testa, verso pranzo ci fermiamo in un “ristorante” a circa 60 km da Lhasa, purtroppo una della jeep si è scassata e dobbiamo attendere che recuperino i compagni di viaggio.
Per pranzo altra stranita da parte di quel fanfarone della guida che ha suscitato battutastre a raffica, io in pompa magna ovviamente, la pazienza comincia a mancare.
Nel ristorante una coppia Tedesca (con guida e autista) di ritorno da una gita al lago proprio da Lhasa.
Hanno un van quindi posto per i 4 compagni rimasti senza la jeep, si aggregano a noi.
Per strada cominciano i controlli, non ne vedevamo da giorni, tutti vengono fermati e controllati, bus, auto, camion, specialmente noi, ad ogni stop (ogni 10km) 20 minuti, siamo stranieri.
La presenza militare è notevole, alcuni poliziotti hanno il lancia granate (?)
Durante uno dei controlli ci fermiamo sotto un cartello che segnala la direzione verso un monastero, di cui purtroppo non ricordo il nome, mi giro e… la via d’accesso è un ponte,  murato!
Dopo 3 ore arriviamo finalmente a Lhasa, così almeno dice il cartello, ma io vedo solo una lunga strada moderna con grandi autosaloni internazionali, palazzoni, negozi (ovvio), imprese di costruzione e cemento…pattuglie, gazebo con militari, altri con polizia, altri con militari, altri…
Imponenti lavori infrastrutturali…ponti, avvolti da bandiere tibetane…dopo 15 minuti di viale (senza soste) arriviamo in centro, me ne accorgo solo perché sulla sinistra noto una curiosa struttura vagamente tibetana, il Potala!
Ci fermiamo poco dopo ad un incrocio con un gazebo della polizia, ad attenderci i responsabili dell’albergo con un carrello per i bagagli.
Ci fanno scender e ci invitano a prendere i bagagli e seguirli, veloci...
Entriamo nella via e poco dopo ci ritroviamo catapultati in albergo un po’ ebeti.
Tutto è strano, tutto però appare tranquillo per le strade, tranne la nostra presenza.
L’albergo è l’ex dimora di un Lama e in effetti sembra proprio un piccolo monastero con il cortile interno, gli affreschi, le immagini e i colori, davvero carino.
La guida ci fa sistemare nella reception e ci consegna le chiavi delle camere dicendoci stasera si mangia qui, non potete uscire, domani vediamo…io, per la prima volta dopo 5 mesi, provo un vago senso di nervosismo e chiedo in maniera piuttosto decisa spiegazioni (sono 5 giorni che ti sopporto sbruffone mo basta!), è così! mi dice, io gli rispondo che lui non può impedirmi proprio un bel niente…anche gli altri cominciano ad animarsi perché non capiscono.
(a essere sincero io so perché c’è questa situazione, lo so da tempo, in parte ho scelto il periodo di proposito… il 10 marzo ricorre l’anniversario della rivolta di Lhasa, 1959, oggi è il 10…però non immaginavo tutto questo)
Interviene un altro, la nostra nuova guida a Lhasa, in maniera molto gentile e comprensiva ci dice che la sua compagnia ha avuto ordine dal governo di non far uscire stranieri per la città e si scusa con noi chiedendoci di aspettare l’indomani, in mattinata andiamo al Potala, nel pomeriggio con tutta probabilità le cose saranno diverse.
Per questo abbiamo incontrato la coppia tedesca, oggi nessuno doveva circolare per la città quindi li hanno “invitati” a fare una gita fuori porta.
Siamo “prigionieri”.
Comprendiamo ed accettiamo la cosa (però nessuna delle guide ha dato la vera motivazione).
La serata scivola anonima, molti discutono sulla situazione, altri si ritirano subito dopo cena costretti a cenare nell’albergo, ai loro prezzi, questo mi pesa J.

Andrea, Lhasa

…continua.

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