"Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché.
I loro desideri hanno le forme delle nuvole."

Charles Baudelaire

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sabato 3 aprile 2010

Tibet ad occhi aperti...i miei. 4° parte

…mi pesa anche per un altro motivo.
A Kathmandu avevo incontrato un signore anziano, uno dei tanti tibetani esiliati.
Camminavo per una viuzza e mi chiama dalla sedia davanti al suo negozietto facendomi cenno di andare da lui; non so perché mi sono immediatamente fermato, se avessi dovuto farlo con tutti coloro che ti chiamano starei ancora li… comincia a fare domande a raffica con il suo modesto inglese e con due occhi che non potevo ignorare.
Mi domanda di dove sono, Italia, ah bravi gli italiani, e come mai sei qui, trekking? No mio caro, anche perché gli abiti che indosso non sono proprio da "scarpinatore" di vette…gli spiego in  breve il mio percorso illuminato dalla “follia” dicendogli che aspetto il visto per il Tibet.
Gli occhi gli si illuminano, tutto entusiasta chiama la moglie si fa dare un biglietto da visita riguardante un ristorante in Lhasa e mi dice questo è di mio nipote,  scrive sopra il suo nome, un numero di telefono e altro, poi me lo da e mi dice quando vai a Lhasa vai da lui è buona la cucina ma anche se non ci mangi vacci e chiamami al telefono con lui ok? Da tempo non lo sento…
Io prendo il biglietto e gli prometto di fare ciò che mi chiede.
Mai avrei pensato di non poter rispettare quella promessa questo mi è davvero dispiaciuto, ho tentato di spiegare il tutto alla guida ma non è stato proprio possibile...

Il giorno dopo un pulmino ci aspetta davanti l’albergo, andiamo al Potala.
Arriviamo e ci troviamo nella piazza proprio sotto l’edificio, di fronte , mi ricorda quella di Shigatze solo più imponente e senza schermo, vasta e cementifica, con la solita asta…ma lui, il Potala, è li silente e maestoso come se nulla fosse.
Ci avviciniamo verso l’entrata tra gruppi di poliziotti che fermano la guida parlottando con lui  e comunicando con radioline, in giro coppie di militari.
Andiamo verso l’entrata, lato destro, incrociamo persone, molte, che fanno ruotare tra le mani le ruote della preghiera, altri recitano i mantra, alcuni si fermano si distendono a terra fino a toccare il capo al suolo con le braccia distese davanti al corpo, in preghiera, buddista; giriamo l’angolo e…la strada è devastata, ruspe e caos dinanzi l’entrata, inverosimile.
all'entrata la pietra dell’UNESCU, World heritage committee…ma va…  
Per entrare i soliti controlli personali, metal detector e quant'altro.
Entriamo.
Saliamo lungo le ripide scale di pietra, ci fermiamo spesso con i polmoni ancora nel bus, l’ossigeno manca e si sente.
Arriviamo all’altra entrata tra i fedeli che salgono, anziani solitari fan fatica, alcuni li portano sulle spalle, tutti vogliono, devono, per fede andare al Potala.
Noi per visita.
Nella piazzetta antistante l’ultimo vero ingresso, tutti in preghiera distesi prima di entrare. Devozione.
Il Potala, se non erro, a circa 999 stanze, noi ne vedremo un trentina, come in un museo, come in tour, attraverso vetri, con luci al neon a snaturare anni di collocazioni, oggetti, sacralità allo stato “inutile”, le tombe di tutti Lama della storia, tra mandala, antichi rotoli di seta, opere compiute dai giovani Lama che farebbero impallidire artisti, quintali d’oro, donazioni inimmaginabili di oggetti sacri, in un luogo non abitato da monaci ma dove ora sono “inseriti” con vesti blu e assoluto divieto di sguardo, "ingaggiati" per restaurare i migliaia e migliaia di rotoli di seta con i manoscritti in sanscrito.
Vendono snack, bibite, tra telecamere, tante, militari, operai e tendoni, tra uomini in borghese con radio e distintivi, accessi chiusi, porte sigillate; qui il DALAI LAMA non ci è mai stato, ci è cresciuto per un po’, la storia ne ha parlato e in qualche modo scritto, per il tour ed il Potala di oggi non è mai stato qui…
Complicato essere felici di percorrere tutta questa spiritualità, ce né tanta, ma è irreale.
Per molti basterebbe una foto, peccato che non si può e possono giustiziarti solo per aver tentato.
Ma la gente, quella vera, passa in mezzo a noi con sorrisi, abiti tradizionali (che poi sono quelli reali), ed i bimbi dietro le spalle sorretti dalla fascia, pregando e vagando per quei pochi pertugi permessi, con la massima serietà, spiritualità, devozione…come se 50 anni fa non fosse accaduto nulla…vero.
Riscendiamo dopo la visita e andiamo in banca per cambiare i soldi e prelevare, ieri non ci è stato possibile nemmeno questo.
Mentre torniamo in albergo il capo dell’agenzia chiama la guida per comunicare cosa possiamo fare oggi, ormai il “pacchetto” che comprendeva oltre il Potala altri monasteri e luoghi sacri è saltato, il governo ha chiuso tutto a tutti, e sul bus cominciano le giuste lamentele del gruppo.
Dopo la nostra tediante insistenza il boss ci da il permesso di fare un giro a piedi per Lhasa, ma tutti insieme, in gruppo e con le guide, non possiamo girare per la città individualmente.
Nervosismo.
Usciamo dopo pranzo ed andiamo come una scolaresca verso il quartiere sacro e commerciale della città, il Bakhore, che si sviluppa intorno al tempio Jokhang, ultimo pezzo di Tibet in città a quanto pare.
Immediatamente fuori dall’hotel le guide ci avvertono di non fare assolutamente foto, specialmente alle forze dell’ordine e/o anche solo nella loro direzione, se vi vedono vi sequestrano le sd card o la fotocamera, senza possibilità di protesta alcuna!
Che sarà mai non li fotografiamo e via.
Sembra facile.
La zona è proprio dietro di noi, pochi minuti tra le popolari vie e ci troviamo dinanzi alla piazza, piena di persone, negozietti e bancarelle, molti pregano in strada.
Immediatamente ci rendiamo conto che non sarà semplice utilizzare le fotocamere, ci sono più divise in giro che persone.
Gazebo ad ogni angolo con 4/5 poliziotti, militari in pattuglia, tanti, troppi.
Sui tetti altri militari con videocamere e cannocchiali, ovunque, azzardare uno scatto è rischioso.
(però ci sono riuscito, pochissimi scatti e qualche minuto di video)
Plotoni circolano continuamente ad ogni via tra la normalità delle persone, ogni tanto senza motivo si fermano a litigare con qualche negoziante, che stron…
I fedeli fuori dal tempio chiuso ma sdraiati in preghiera proprio davanti all’ingresso, nelle vie, nelle piazze, turisti cinesi fanno foto sorridendo, ovunque, loro possono.
È tutto surreale non capisco cosa vivo.
Passeggio accanto alla guida cercando di capire, sapere qualcosa in più approfittando dell’assenza degli altri intenti a far spese alle bancarelle.
Con occhi tristi, veramente tristi, mi dice che nel mese di marzo è così, gli altri 11 mesi è un po’ meglio, sono di meno…e sorride.
Io provo rabbia, non credevo potesse capitarmi proprio in Tibet ma…camminiamo e chiacchieriamo, è davvero una gran persona, gentile e sincera, mi spiace vederlo così avvilito anche se tenta sempre di ridere e scherzare con me che lo stresso tutto il giorno per via di un "problemino" venutosi a creare nel mio strampalato itinerario...non potevi prende l’aereo come tutti gli altri? Te lo paghiamo noi per qualunque destinazione.
No grazie, non è ancora il momento di volare J.
Il 13, termine del tour, non ci sono treni per Chengdu (fortuna che lo avevo prenotato tramite agenzia dal Nepal pagando il triplo considerato che il  governo non mi dava il visto senza avere una data certa di “uscita”), si sono sbagliati, ci sarebbe il giorno dopo il 14 ma come già detto il governo non vuole stranieri quel giorno quindi tenta di risolvere la cosa stando sempre al telefono con la compagnia dei treni, ma dandomi ogni volta alternative folli, io gli ho detto che per me non c’è problema posso stare a casa sua per tutto il periodo del visto, ma lui non vuole italiani in casa J, quindi facciamo un po’ i cretini in strada, correndo e scherzando, con il suo sorriso mentre mi urla , i suoi dreadlock (finti J) e le mie facce idiote, nonostante tutto, cercando di normalizzare quella tensione che ci circonda, lo “circonda”, da anni…e non solo a lui.

 Il 14 marzo 2008 ci fu un massacro in città (non solo a Lhasa), naturalmente si parlò di qualche “disordine” ma non è così, centinaia di persone tra monaci e civili furono arrestati, maltrattati e trucidati!!!!
Si temono nuovi “disagi”.
Gli unici disagi siete voi!!!
Camminiamo tra la gente che passeggia e ci guarda, come sempre in questi giorni tutti ci  sorridono curiosi, ci salutano, come se nulla fosse, come se tutti gli altri, “quelli”, non esistessero.
Nessuno si può fermare a parlare con noi però (alcuni tentano) perché ogni tanto ci circondano, appena ci fermiamo un attimo ci troviamo militari intorno, parecchi, poliziotti in borghese e non che bloccano la guida e chiedono spiegazioni ogni 5 minuti, lui sorride sempre dicendo che abbiamo il permesso ma loro non la vedono così e giù con le radio a contattare chissà chi, fino a quando stop, ci riescono, dobbiamo rientrare.
Tornate indietro, l’ora d’aria è terminata.
Un’ora e mezza, nemmeno, la visita nella capitale del Tibet, nel cuore sacro del paese.
Siamo tutti amareggiati, delusi, arrabbiati.
Loro si scusano con noi e ci anticipano che domani sarà così, non possiamo camminare per la città, stasera passa il capo dell’agenzia ci vuole parlare.
Rientrati, casualmente, ci ritroviamo tutti sul tetto, siamo 4, 5, dopo un’ora siamo tutti li a discutere analizzare e trovare un modo per non rimanere chiusi li.
Arriviamo ad una decisione comune dopo aver valutato le varie ipotesi visto che non vogliamo essere rinchiusi, e con quello che abbiamo pagato (ovviamente tutti diverso per lo stesso tour, alcuni più del doppio di me, sempre stare attenti a pacchetti e agenzie), decidiamo di imporre le nostre volontà.
Vogliamo visitare il Namtso Lake, il più "alto" del mondo, nonché uno dei tre sacri del paese, a 200km da Lhasa, in mezzo al nulla.
La sera come da programma arriva il boss che si scusa con noi per i disagi sottolineando come da parte loro non era il caso di organizzare gruppi in questo periodo, ci offre la cena tentando di proporci una visita alternativa nei pressi della città, ma noi gli comunichiamo la nostra richiesta, tutti insieme compatti, lui non accenna nemmeno un’esitazione, ok, si va al Namtso Lake.
Questa è sembrata per molti una vittoria, facile, per me però non lo è stata, sono ancora emotivamente scosso dalla giornata e dalle imposizioni, di quel che ho visto e di come possano vivere le persone nel loro paese, nel 2010.
L’impedimento di un semplice desiderio, non perché pagato e per giunta salato debba essere dovuto, purtroppo non è sempre così, ma per il senso di impotenza che mi ha pervaso per le poche ore trascorse nel paese sin ora.
Solo pochi giorni per tentare di comprendere, nel modo peggiore purtroppo.
Sono affranto, non deluso, ma sconcertato dalla normalità delle ingiustizie, benché non sia la peggiore al mondo certo, ma…è strano, per un occidentale, per una persona dalla vita “normale”, per Andrea…è tutto inconcepibile, nonostante la radiosa bellezza del luogo, del paese, delle persone, attraverso i miei occhi tutto è cupo, triste.
Il giorno dopo partiamo per il lago, sul bus ognuno è assorto nei suoi pensieri.
Per strada controlli, sempre e comunque, stop, passaporti, visti..chi siete, dove andate, che fate…un fiornino!
Alcuni ci fanno foto; anche fermarci in un paesino per pranzo diventa stressante, i poliziotti prendono nota dell’orario per evitare che ci fermiamo troppo tra i locali, la guida imbarazzata ci fa scendere e pranzare in pochi minuti, noi non sappiamo davvero con chi incazz…
Ma Thomas, il giramondo con la moglie, insieme a Baldour iceman, l’islandese, prendono in mano la situazione decidendo di acquistare una bottiglia di liquore assassino cinese, che in pochi ci beviamo con la redbull, tempo un ora e la situazione all’interno del bus si fa più distesa, piccolo placebo per quietare tutta quella marea di pensieri e musi lunghi…certo non si è trattato di una sbornia di gruppo ma poco dopo tutto si è rilassato e animato.
Arriviamo tra distese di prati infestati di yack, bellissimi, finalmente, il mio animale ormai, anche se corrergli dietro è complicato, abbiamo provato ma sono troppo allenati, noi no!
Il lago è a circa 4.700 metri interamente ghiacciato, enorme, un’immensa lastra di ghiaccio di cui non vediamo  la fine, nei pressi una piccola comunità di nomadi che si spostano da queste parti durante il periodo caldo in attesa dei turisti, come guest house dei container.
C’è anche un piccolo monastero costruito in una caverna, piccolo, splendido, i monaci tutti giovani e molto più rilassati e cordiali.
Qui non ci arriva il governo, è un posto davvero sperduto.
Bellissimo.
Noi tutti ci sparpagliamo per il lago a fare foto rischiando di schiantarci sul ghiaccio, tutti giochiamo insieme a i bimbi che ci seguono curiosi, alcuni nonostante la temperatura, hanno quei curiosi pantaloni ecologico-tibetani, cioè aperti dietro, natiche al vento, perché utilizzare inquinanti pannolini? J troppo divertenti.
Facciamo foto tra l’ilarità di tutti, anche le guide si divertono con noi.
Siamo davvero soli in mezzo al nulla, ci rinfreschiamo la mente ed il cuore, siamo distesi.
Tornando verso Lhasa sul bus la compagnia si accende, lasciando cadere quelle individualità che ci hanno frenato per tutto il tour, finalmente si cazzeggia tutti insieme con l’aiuto di un pennarello scattano i faces painting per tutti, anche i più musoni si distendono, finalmente ci divertiamo tutti insieme nel nostro ultimo giorno tibetano.
Giornata splendida, nonostante tutto siamo riusciti a scacciare via i brutti pensieri, anche se per poche ore,  ma ne è valsa la pena.
Terminiamo la serata cenando tutti insieme, domani mattina presto ognuno partirà per le rispettive destinazioni con tutto il carico di emozioni in questa unica, sola ed intensa settimana ad occhi aperti…
…come la mente, un altro varco si è aperto.

Andrea, Lhasa

3 commenti:

  1. ... tanti auguri di Buona Pasqua anche se in ritardo.. sempre validi peró...giusto?

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  2. grazie, auguri anche a te...ma chi sei? :-D

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  3. Sono sempre io l'anonimo .. Roberta!!!

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