"Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché.
I loro desideri hanno le forme delle nuvole."

Charles Baudelaire

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venerdì 9 aprile 2010

Da Lhasa al "Texas"

Attraversiamo spazi sterminati, laghi ghiacciati e un ambiente rinvigorito dalla primavera.
Sono sul treno più “alto” del mondo, il miracolo ingegneristico cinese.
Il percorso è senza dubbio suggestivo ma d’inverno deve essere davvero impressionante.
Il treno è dotato di ogni comfort, c’è anche l’acqua bollente gratuita, ovviamente visto che tutti gli occupanti girano con il contenitore del tè, sempre, ovunque, e poi per sopravvivere scorte di noodles istantanei (dall'India sostituiscono i miei pasti di emergenza economici) che qui superano ogni più rosea prospettiva commerciale, ci sono un’infinità di gusti e “accessori”, alcuni inquietanti ma non sono male anzi e poi mi fanno venire in mente Zenigata J.
Passerò in treno 48 ore da Lhasa fino a Chongqing.
Sono solo nello scompartimento e passo le ore a leggere e pensare.
Eh, il pensiero degli ultimi giorni non mi da tregua, non faccio altro che analizzare tutte le emozioni che ho vissuto in così poco tempo, un lampo che mi ha attraversato la mente ed il cuore in maniera profonda.
Tento di distrarmi con un film, della musica, scrivendo ma...non funziona, il laptop è impazzito, deve essere la pressione all’interno del treno, va in tilt ogni volta che tento di accenderlo quindi mi dedico a Terzani, si ancora, è la terza volta ma non mi dispiace, anzi.
Dopo le prime 24 ore il paesaggio cambia il cielo abbandona i brillanti colori divenendo mano a mano sempre più coperto, la terra delle colline e dei monti è di un marrone “opaco”, così come le abitazioni e i piccoli centri abitati che mano a mano si scorgono, tutti hanno lo stesso cupo colore del suolo…marrone umido, il sole non c’è, solo nuvole e foschia.
Le fabbriche e le miniere aumentano costantemente così come le immense ciminiere che sputano fumo grigio mentre migliaia di quintali di cemento devastano il paesaggio, strade, ponti, costruzioni titaniche senza fine.
È strano, sembra proprio di vedere le mie emozioni cambiare tonalità durante il tragitto.
Abbandono le luci, il tepore, gli spazi verdi e colorati, per ritrovarmi in un luogo che involontariamente, senza la dovuta lucidità, non riconosco, accetto.
Non è giusto quel che provo condiziona immotivatamente il tutto forse, ma ne sono consapevole, non voglio stare qui, non ora.
Sul treno conosco un ragazzo un militare cinese, con le poche parole a disposizione passiamo parte della serata insieme, a sue spese, è così entusiasta di riuscire a comunicare con uno straniero che chiama a casa e decide di invitarmi da loro per una notte in una cittadina poco prima della mia destinazione…ma parlando con lui percepisco in qualche modo che non è il caso, lo sento... nonostante alle 5 del mattino me lo trovi nello scompartimento per l’ultimo tentativo.
No scusa, sarà per un'altra volta…
Quando seguire i sensi.
Nella stessa sera prima di andare a dormire incontro anche il primo straniero del treno, è salito a Xi’an e va proprio a Chongqing.
Si chiama Abel Giancarlo, insegnante di arte moderna ad El Paso, Texas, madre italiana e padre messicano.
Che mix.
La crisi economica si è abbattuta anche su di lui.
Ha perso il lavoro come molti americani, ma viste le difficoltà nel cercarne un altro e la voglia di impiegare in maniera costruttiva il suo tempo, ha deciso di partire per 5 settimane a spasso per la Cina…e non si vuole più fermare.
È un ragazzo estremamente intelligente, gentile e disponibile, sincero, e per fortuna visto che data la “gentile” insistenza del governo Cinese ho dovuto cambiare piano e sono arrivato qui senza un indirizzo, mappa o una vaga idea di dove mi trovo, vabbé che ormai…
Lui ha prenotato tramite la sua Guest a Xi’an una dimora in città, il pick up lo aspetta alla stazione…dopo pochi secondi aspetta anche me J.
Il posto in realtà è un appartamento al 24esimo piano di un lussuoso grattacielo (che inizialmente mi stava spingendo ad abbandonare il veicolo in corsa) che ha una stanza adibita a dormitorio con 6 letti, bagno (il migliore in 5 mesi), living room con plasma e dvd, tutto lindo e con internet free per 30 yuan, circa 3 euro.
Eh, sempre fidarsi dei sensi.
Chongqing è una città provincia di 35 milioni di abitanti, l’area urbana è in continua espansione come tutto il paese del resto, divisa dal fiume Jailing e dotata di autonoma copertura atmosferica dello “spazio” a causa della foschia, ma soprattutto dell’inquinamento dovuto allo smodato impiego di carbone per produrre energia elettrica (tipico della Cina).
Giriamo per la città e devo dire che alla fine non è male, moderna, pulita ed in continuo fermento, e poi è infestata di bancarelle di alimenti “trucidostenibili” ovunque, amo il cibo di strada quasi quanto il mio conto corrente J.
Rimaniamo li solo un paio di giorni, sufficienti però per comprendersi l’un l’altro, parliamo delle nostre vite. 
Mi racconta degli U.S.A. con le stesse perplessità con cui io parlo dell’Italia, dell’Europa, dei modi di fare dei giovani, degli eccessi, della violenza, così come della politica, i suoi personaggi, la povertà, le illusioni, gli stereotipi  e tutti gli altri problemi di un occidente che con il suo indubbio “benessere” ha creato però vere e proprie sciagure, perdite di umanità e principi, è innegabile.
In più mi racconta del luogo in cui vive una delle città più tranquille degli States, El Paso, ma a distanza di 30 metri da casa sua c’è il confine con il Messico, Ciudad Juarez, una delle città con il più alto tasso di criminalità al mondo, base di narcotrafficanti e orrori quotidiani senza nome.
Le due città si specchiano ma non si guardano formando però una sola area metropolitana, e terrore per tutti.
In special modo quando hai affetti, amici, amore dall’altra parte del fiume, 30 metri separano due mondi al contrario…me ne parla con lucido dolore.
Ha fatto anche una mostra al riguardo e la Cnn lo ha intervistato (abelsite) per l’impatto che ha avuto ma nulla cambia, nulla muta, come gli abitanti che non demordono e non vogliono abbandonare le loro case, i loro luoghi a causa dei signori della droga, dei folli e degli assassini senza scrupoli…e di chi permette tutto questo!
Sono davvero felice di averlo incontrato ha aggiunto molto in poco tempo, forse passerò da lui quando e se riuscirò a raggiungere l’altra parte del globo, al momento le nostre strade si dividono lui si imbarca su un traghetto fluviale che lo porterà a spasso per la regione a me aspetta l' hard seat per Kunming, quello economico.
Arrivo alla stazione dei treni ed in una calca surreale individuo il mio binario.
La scena è di quelle apocalittiche e realmente inspiegabile per me.
Tutti sono ammassati al cancelletto che si spingono, saltano, corrono con pacchi, borse e scatoloni verso la meta, il vagone.
Io tranquillo con il mio biglietto e numero del sedile cammino lungo il binario, mancano 45 minuti e mi fumo una sigaretta in mezzo a questo marasma.
Ad accoglierci le gentilissime hostess piazzate davanti ogni entrata del treno, salgo e...mi trovo davanti una massa di persone intente a sistemarsi proprio in mezzo al corridoio.
Il vagone è adibito al trasporto di 100 persone, 100 sedili, fila da tre da una parte e due dall’altra.
Io mi faccio spazio tra i corpi con i miei zaini e arrivo al mio sedile occupato da un tipo canottato che si fuma una sigaretta, appena mi vede con il biglietto si alza e me lo cede, anche se il mio sarebbe quello accanto al finestrino ma una simpatica signora mi fa capire che è uguale…ok.
Il vano porta bagagli e inverosimilmente carico di qualunque cosa, tranne animali, noi dell’hard seat ci ritroviamo borse e trolley in mano…in qualche modo li sistemiamo, sotto i sedili!
Fa un caldo incredibile ci sono 35° circa all’esterno con una umidità non percentualizzabile, all’interno 4 “frammenti” di vetro apribili.
Tempo 7 minuti e tutti si spogliano, non si respira ed il sudore dei corpi produce una qualche sostanza che inalata fa perdere i sensi per pochi istanti, oltre l’olfatto.
L’ammasso umano nel corridoio non accenna a diminuire, pensavo fossero parenti o amici per gli ultimi saluti ma…no, vengono con noi!
In un attimo sbucano due signore con sacchi neri pieni di sgabbelletti di plastica, quelli per bambini con l'immagine di Cenerentola (che dopo un’ora erano tutti distrutti ammucchiati in un lato) e cominciano a venderli insieme a ceste di materiale organico che tirano fuori da sotto i sedili, la calca si tramuta ben presto in un accampamento in ogni angolo possibile anche in mezzo a noi, sui lavelli dei bagni i bambini, interra davanti alle porte, umani, molti, piccoli e compressi, intravedo solo i denti…
Insomma siamo 170 compagnoni in ogni vagone e ognuno di loro a “sacchi da vendere”.
Nella compressione chiedo a gesti la durata del viaggio, 18 ore  mi dicono, sto per uscire dal treno ma i pezzi di finestrino sono davvero piccoli ed io incastrato…si parte!
Appena partiti iniziano tutti la seconda fase di viaggio, la prima è invadere lo spazio dei paganti, la seconda lo sgranocchio “locustico”.
Cominciano a viaggiare ovunque buste sottovuoto ripiene di zampe di gallina, zampe di maiale, zampe di anatra, zampe…orecchie, nasi, piedi, cosce di pollo e pezzi di maiale e pesce dalle forme più fantasiose, gli immancabili noodles istantanei, bruscolini neri dolci, noccioline, caramelle e uova sode sottovuoto…rumori, sudore e aromi che si confondono, provocano uno stato di confusione in me, sono già a Kunming…no, iniziano a passare i stewart con le vivande, le scorte alimentari sottovuoto, le collanine, cianfrusaglie, bibite, frutta e il balsamo di tigre, con cui uno stewart abbastanza simpatico credo, viste le espressioni dei presenti, improvvisa in ogni carrozza una televendita di 20 minuti, saltellando, sbracciando (sudato come uno stewart animato nel vagone) e urlando verso tutti, un po’ come “il baffo” da noi tempo fa.
Tutti ridono, io tento di ingerire cianuro ma una signora mi offre zampe di gallina e alicette dalla dubbia natura…declino.
Dopo essermi rinchiuso nel vagone ristorante, vuoto ovviamente, scardino la signora che beata aveva dormito tutto il giorno al mio posto e tento di riposare spiaccicato al finestrino, in terra, tra i corpi senza sgabbelletti, tutto il materiale da rifiuto…tutto!
Dormo pochi attimi e fortunatamente durante il tragitto molti scendono i stewart spazzano tra i corpi senza nome e io mi ritrovo a Kunming, senza identità alcuna.
Di treni in 5 mesi ne ho presi, in ogni paese difficile, ma quando si viaggia c’è sempre da imparare…addio hard seat!
 Andrea Kunming

sabato 3 aprile 2010

Tibet ad occhi aperti...i miei. 4° parte

…mi pesa anche per un altro motivo.
A Kathmandu avevo incontrato un signore anziano, uno dei tanti tibetani esiliati.
Camminavo per una viuzza e mi chiama dalla sedia davanti al suo negozietto facendomi cenno di andare da lui; non so perché mi sono immediatamente fermato, se avessi dovuto farlo con tutti coloro che ti chiamano starei ancora li… comincia a fare domande a raffica con il suo modesto inglese e con due occhi che non potevo ignorare.
Mi domanda di dove sono, Italia, ah bravi gli italiani, e come mai sei qui, trekking? No mio caro, anche perché gli abiti che indosso non sono proprio da "scarpinatore" di vette…gli spiego in  breve il mio percorso illuminato dalla “follia” dicendogli che aspetto il visto per il Tibet.
Gli occhi gli si illuminano, tutto entusiasta chiama la moglie si fa dare un biglietto da visita riguardante un ristorante in Lhasa e mi dice questo è di mio nipote,  scrive sopra il suo nome, un numero di telefono e altro, poi me lo da e mi dice quando vai a Lhasa vai da lui è buona la cucina ma anche se non ci mangi vacci e chiamami al telefono con lui ok? Da tempo non lo sento…
Io prendo il biglietto e gli prometto di fare ciò che mi chiede.
Mai avrei pensato di non poter rispettare quella promessa questo mi è davvero dispiaciuto, ho tentato di spiegare il tutto alla guida ma non è stato proprio possibile...

Il giorno dopo un pulmino ci aspetta davanti l’albergo, andiamo al Potala.
Arriviamo e ci troviamo nella piazza proprio sotto l’edificio, di fronte , mi ricorda quella di Shigatze solo più imponente e senza schermo, vasta e cementifica, con la solita asta…ma lui, il Potala, è li silente e maestoso come se nulla fosse.
Ci avviciniamo verso l’entrata tra gruppi di poliziotti che fermano la guida parlottando con lui  e comunicando con radioline, in giro coppie di militari.
Andiamo verso l’entrata, lato destro, incrociamo persone, molte, che fanno ruotare tra le mani le ruote della preghiera, altri recitano i mantra, alcuni si fermano si distendono a terra fino a toccare il capo al suolo con le braccia distese davanti al corpo, in preghiera, buddista; giriamo l’angolo e…la strada è devastata, ruspe e caos dinanzi l’entrata, inverosimile.
all'entrata la pietra dell’UNESCU, World heritage committee…ma va…  
Per entrare i soliti controlli personali, metal detector e quant'altro.
Entriamo.
Saliamo lungo le ripide scale di pietra, ci fermiamo spesso con i polmoni ancora nel bus, l’ossigeno manca e si sente.
Arriviamo all’altra entrata tra i fedeli che salgono, anziani solitari fan fatica, alcuni li portano sulle spalle, tutti vogliono, devono, per fede andare al Potala.
Noi per visita.
Nella piazzetta antistante l’ultimo vero ingresso, tutti in preghiera distesi prima di entrare. Devozione.
Il Potala, se non erro, a circa 999 stanze, noi ne vedremo un trentina, come in un museo, come in tour, attraverso vetri, con luci al neon a snaturare anni di collocazioni, oggetti, sacralità allo stato “inutile”, le tombe di tutti Lama della storia, tra mandala, antichi rotoli di seta, opere compiute dai giovani Lama che farebbero impallidire artisti, quintali d’oro, donazioni inimmaginabili di oggetti sacri, in un luogo non abitato da monaci ma dove ora sono “inseriti” con vesti blu e assoluto divieto di sguardo, "ingaggiati" per restaurare i migliaia e migliaia di rotoli di seta con i manoscritti in sanscrito.
Vendono snack, bibite, tra telecamere, tante, militari, operai e tendoni, tra uomini in borghese con radio e distintivi, accessi chiusi, porte sigillate; qui il DALAI LAMA non ci è mai stato, ci è cresciuto per un po’, la storia ne ha parlato e in qualche modo scritto, per il tour ed il Potala di oggi non è mai stato qui…
Complicato essere felici di percorrere tutta questa spiritualità, ce né tanta, ma è irreale.
Per molti basterebbe una foto, peccato che non si può e possono giustiziarti solo per aver tentato.
Ma la gente, quella vera, passa in mezzo a noi con sorrisi, abiti tradizionali (che poi sono quelli reali), ed i bimbi dietro le spalle sorretti dalla fascia, pregando e vagando per quei pochi pertugi permessi, con la massima serietà, spiritualità, devozione…come se 50 anni fa non fosse accaduto nulla…vero.
Riscendiamo dopo la visita e andiamo in banca per cambiare i soldi e prelevare, ieri non ci è stato possibile nemmeno questo.
Mentre torniamo in albergo il capo dell’agenzia chiama la guida per comunicare cosa possiamo fare oggi, ormai il “pacchetto” che comprendeva oltre il Potala altri monasteri e luoghi sacri è saltato, il governo ha chiuso tutto a tutti, e sul bus cominciano le giuste lamentele del gruppo.
Dopo la nostra tediante insistenza il boss ci da il permesso di fare un giro a piedi per Lhasa, ma tutti insieme, in gruppo e con le guide, non possiamo girare per la città individualmente.
Nervosismo.
Usciamo dopo pranzo ed andiamo come una scolaresca verso il quartiere sacro e commerciale della città, il Bakhore, che si sviluppa intorno al tempio Jokhang, ultimo pezzo di Tibet in città a quanto pare.
Immediatamente fuori dall’hotel le guide ci avvertono di non fare assolutamente foto, specialmente alle forze dell’ordine e/o anche solo nella loro direzione, se vi vedono vi sequestrano le sd card o la fotocamera, senza possibilità di protesta alcuna!
Che sarà mai non li fotografiamo e via.
Sembra facile.
La zona è proprio dietro di noi, pochi minuti tra le popolari vie e ci troviamo dinanzi alla piazza, piena di persone, negozietti e bancarelle, molti pregano in strada.
Immediatamente ci rendiamo conto che non sarà semplice utilizzare le fotocamere, ci sono più divise in giro che persone.
Gazebo ad ogni angolo con 4/5 poliziotti, militari in pattuglia, tanti, troppi.
Sui tetti altri militari con videocamere e cannocchiali, ovunque, azzardare uno scatto è rischioso.
(però ci sono riuscito, pochissimi scatti e qualche minuto di video)
Plotoni circolano continuamente ad ogni via tra la normalità delle persone, ogni tanto senza motivo si fermano a litigare con qualche negoziante, che stron…
I fedeli fuori dal tempio chiuso ma sdraiati in preghiera proprio davanti all’ingresso, nelle vie, nelle piazze, turisti cinesi fanno foto sorridendo, ovunque, loro possono.
È tutto surreale non capisco cosa vivo.
Passeggio accanto alla guida cercando di capire, sapere qualcosa in più approfittando dell’assenza degli altri intenti a far spese alle bancarelle.
Con occhi tristi, veramente tristi, mi dice che nel mese di marzo è così, gli altri 11 mesi è un po’ meglio, sono di meno…e sorride.
Io provo rabbia, non credevo potesse capitarmi proprio in Tibet ma…camminiamo e chiacchieriamo, è davvero una gran persona, gentile e sincera, mi spiace vederlo così avvilito anche se tenta sempre di ridere e scherzare con me che lo stresso tutto il giorno per via di un "problemino" venutosi a creare nel mio strampalato itinerario...non potevi prende l’aereo come tutti gli altri? Te lo paghiamo noi per qualunque destinazione.
No grazie, non è ancora il momento di volare J.
Il 13, termine del tour, non ci sono treni per Chengdu (fortuna che lo avevo prenotato tramite agenzia dal Nepal pagando il triplo considerato che il  governo non mi dava il visto senza avere una data certa di “uscita”), si sono sbagliati, ci sarebbe il giorno dopo il 14 ma come già detto il governo non vuole stranieri quel giorno quindi tenta di risolvere la cosa stando sempre al telefono con la compagnia dei treni, ma dandomi ogni volta alternative folli, io gli ho detto che per me non c’è problema posso stare a casa sua per tutto il periodo del visto, ma lui non vuole italiani in casa J, quindi facciamo un po’ i cretini in strada, correndo e scherzando, con il suo sorriso mentre mi urla , i suoi dreadlock (finti J) e le mie facce idiote, nonostante tutto, cercando di normalizzare quella tensione che ci circonda, lo “circonda”, da anni…e non solo a lui.

 Il 14 marzo 2008 ci fu un massacro in città (non solo a Lhasa), naturalmente si parlò di qualche “disordine” ma non è così, centinaia di persone tra monaci e civili furono arrestati, maltrattati e trucidati!!!!
Si temono nuovi “disagi”.
Gli unici disagi siete voi!!!
Camminiamo tra la gente che passeggia e ci guarda, come sempre in questi giorni tutti ci  sorridono curiosi, ci salutano, come se nulla fosse, come se tutti gli altri, “quelli”, non esistessero.
Nessuno si può fermare a parlare con noi però (alcuni tentano) perché ogni tanto ci circondano, appena ci fermiamo un attimo ci troviamo militari intorno, parecchi, poliziotti in borghese e non che bloccano la guida e chiedono spiegazioni ogni 5 minuti, lui sorride sempre dicendo che abbiamo il permesso ma loro non la vedono così e giù con le radio a contattare chissà chi, fino a quando stop, ci riescono, dobbiamo rientrare.
Tornate indietro, l’ora d’aria è terminata.
Un’ora e mezza, nemmeno, la visita nella capitale del Tibet, nel cuore sacro del paese.
Siamo tutti amareggiati, delusi, arrabbiati.
Loro si scusano con noi e ci anticipano che domani sarà così, non possiamo camminare per la città, stasera passa il capo dell’agenzia ci vuole parlare.
Rientrati, casualmente, ci ritroviamo tutti sul tetto, siamo 4, 5, dopo un’ora siamo tutti li a discutere analizzare e trovare un modo per non rimanere chiusi li.
Arriviamo ad una decisione comune dopo aver valutato le varie ipotesi visto che non vogliamo essere rinchiusi, e con quello che abbiamo pagato (ovviamente tutti diverso per lo stesso tour, alcuni più del doppio di me, sempre stare attenti a pacchetti e agenzie), decidiamo di imporre le nostre volontà.
Vogliamo visitare il Namtso Lake, il più "alto" del mondo, nonché uno dei tre sacri del paese, a 200km da Lhasa, in mezzo al nulla.
La sera come da programma arriva il boss che si scusa con noi per i disagi sottolineando come da parte loro non era il caso di organizzare gruppi in questo periodo, ci offre la cena tentando di proporci una visita alternativa nei pressi della città, ma noi gli comunichiamo la nostra richiesta, tutti insieme compatti, lui non accenna nemmeno un’esitazione, ok, si va al Namtso Lake.
Questa è sembrata per molti una vittoria, facile, per me però non lo è stata, sono ancora emotivamente scosso dalla giornata e dalle imposizioni, di quel che ho visto e di come possano vivere le persone nel loro paese, nel 2010.
L’impedimento di un semplice desiderio, non perché pagato e per giunta salato debba essere dovuto, purtroppo non è sempre così, ma per il senso di impotenza che mi ha pervaso per le poche ore trascorse nel paese sin ora.
Solo pochi giorni per tentare di comprendere, nel modo peggiore purtroppo.
Sono affranto, non deluso, ma sconcertato dalla normalità delle ingiustizie, benché non sia la peggiore al mondo certo, ma…è strano, per un occidentale, per una persona dalla vita “normale”, per Andrea…è tutto inconcepibile, nonostante la radiosa bellezza del luogo, del paese, delle persone, attraverso i miei occhi tutto è cupo, triste.
Il giorno dopo partiamo per il lago, sul bus ognuno è assorto nei suoi pensieri.
Per strada controlli, sempre e comunque, stop, passaporti, visti..chi siete, dove andate, che fate…un fiornino!
Alcuni ci fanno foto; anche fermarci in un paesino per pranzo diventa stressante, i poliziotti prendono nota dell’orario per evitare che ci fermiamo troppo tra i locali, la guida imbarazzata ci fa scendere e pranzare in pochi minuti, noi non sappiamo davvero con chi incazz…
Ma Thomas, il giramondo con la moglie, insieme a Baldour iceman, l’islandese, prendono in mano la situazione decidendo di acquistare una bottiglia di liquore assassino cinese, che in pochi ci beviamo con la redbull, tempo un ora e la situazione all’interno del bus si fa più distesa, piccolo placebo per quietare tutta quella marea di pensieri e musi lunghi…certo non si è trattato di una sbornia di gruppo ma poco dopo tutto si è rilassato e animato.
Arriviamo tra distese di prati infestati di yack, bellissimi, finalmente, il mio animale ormai, anche se corrergli dietro è complicato, abbiamo provato ma sono troppo allenati, noi no!
Il lago è a circa 4.700 metri interamente ghiacciato, enorme, un’immensa lastra di ghiaccio di cui non vediamo  la fine, nei pressi una piccola comunità di nomadi che si spostano da queste parti durante il periodo caldo in attesa dei turisti, come guest house dei container.
C’è anche un piccolo monastero costruito in una caverna, piccolo, splendido, i monaci tutti giovani e molto più rilassati e cordiali.
Qui non ci arriva il governo, è un posto davvero sperduto.
Bellissimo.
Noi tutti ci sparpagliamo per il lago a fare foto rischiando di schiantarci sul ghiaccio, tutti giochiamo insieme a i bimbi che ci seguono curiosi, alcuni nonostante la temperatura, hanno quei curiosi pantaloni ecologico-tibetani, cioè aperti dietro, natiche al vento, perché utilizzare inquinanti pannolini? J troppo divertenti.
Facciamo foto tra l’ilarità di tutti, anche le guide si divertono con noi.
Siamo davvero soli in mezzo al nulla, ci rinfreschiamo la mente ed il cuore, siamo distesi.
Tornando verso Lhasa sul bus la compagnia si accende, lasciando cadere quelle individualità che ci hanno frenato per tutto il tour, finalmente si cazzeggia tutti insieme con l’aiuto di un pennarello scattano i faces painting per tutti, anche i più musoni si distendono, finalmente ci divertiamo tutti insieme nel nostro ultimo giorno tibetano.
Giornata splendida, nonostante tutto siamo riusciti a scacciare via i brutti pensieri, anche se per poche ore,  ma ne è valsa la pena.
Terminiamo la serata cenando tutti insieme, domani mattina presto ognuno partirà per le rispettive destinazioni con tutto il carico di emozioni in questa unica, sola ed intensa settimana ad occhi aperti…
…come la mente, un altro varco si è aperto.

Andrea, Lhasa

mercoledì 31 marzo 2010

Tibet ad occhi aperti...i miei. 3° parte


Partiamo per Gyantse, senza fretta con un tempo meraviglioso, il cielo è terso il sole caldo e la temperatura inaspettatamente mite, è la primavera.
Attraversiamo costantemente colline colorate dalle bandiere tibetane a protezione delle case, dei raccolti, delle famiglie, come sulle case che incontriamo.
Notiamo tra loro alcune differenze sono nuove, grandi, hanno trattori e tra le prayng flags anche quella cinese.
Le altre sono più piccoline, spartane, con gli agricoltori che iniziano ad arare il terreno “surfando” sulle aratro trainati dai buoi, mai visto prima J.
Ci fermiamo pochi minuti in una sorta di mulino, piccolo, alimentato da un ruscello.
E’ gestito da una semplice famiglia intenta alle mansioni di tutti i giorni breve sosta poi ripartiamo.
Arriviamo e  la città è piccola e ovviamente “rivisitata” da coloro che a mio avviso non fanno altro che togliere l’anima di questi luoghi, nonostante si dica che è la meno toccata dall’affluenza cinese io non la vedo così, anzi!
La mattina è libera e giriamo per le 4 vie naturalmente adibite al consumo, vista la rapidità dell’esplorazione cittadina decido di farmi la barba da un barbiere, cinese.
Non l’avessi mai fatto, sistemato su un lettino stile “chirurgia sperimentale”, il tipo tenta di scolpire spazi sul mio volto con il rasoio, tremando, arrivato al mento chiama la moglie in aiuto, poi continua lui…dopo mezz’ora chiedo uno specchio e…pago, ringrazio e torno in albergo per terminare il capolavoro in solitaria…manco la barba!!!
Il pomeriggio visita al Pelkhor Chode Monastery  e la Kumbum stupa , la più grande del Tibet, in stile nepalese, proprio all’interno del monastero.
Bello, come sempre, tra la costanza dei fedeli e i loro sguardi sinceri.
Un monaco ci offre dolci.
Nel monastero c’è la foto di un giovanissimo Lama che riporta la mia mente a Bodhgaya, India, dove vedevo sempre la foto del Dalai Lama con accanto un altro giovane Lama Rimpoche, quindi  chiedo alla guida delucidazioni in merito.
Risponde, incredibile, ma dopo due minuti mi raggiunge e prendendomi sotto braccio mi dice sottovoce di non fare mai più domande di questo tipo pronunciando la parola Dalai Lama.
Il monaco subito dopo la mia domanda ha chiesto spiegazioni e lo ha redarguito…
Che dire?
Dopo la visita io e i due minchiones olandesi siamo andati sul Forte di  fronte al monastero passando per la vera città tibetana, una sorta di villaggio con normalità da respirare a pieni polmoni, le persone immerse nel quotidiano, le vacche ad oziare e i bimbi a petto nudo a giocare spensierati….splendido, dietro, nascosto… naturalmente l’ingresso al forte non è compreso nel pacchetto ma abbiamo “portoghesato” il tutto infiltrandoci senza essere visti.
Dopo la stremante arrampicata e le deliziose foto di rito, ci siamo ritrovati un cancello di 5 metri sbarrato!
Chiusi nel forte alle 16 del pomeriggio.
Panico.
Ma eravamo troppo stanchi per preoccuparci quindi ci siamo arrampicati sul cancello e scivolati dal pertugio in cima mentre l’altro spingeva per far spazio tra il ferro e la roccia…io ero un pelino preoccupato non essendo proprio in forma come loro, già mi immaginavo la notte all’interno e la gentilezza delle guardie cinesi, da  brividi, ma sono riuscito a filtrare…arisanti kg persi J.
Torniamo in albergo ed incontriamo altri del gruppo, discutiamo dell’ennesima strana giornata e…decidiamo di cenare insieme scacciando via le innumerevoli perplessità.
Le giornate passano veloci, le visite, i spostamenti, le sistemazioni, la sera alle 21 siamo tutti in stanza; siamo sempre tra i 4000 e i 5000 mt, ed anche se ai più il tutto è passato, la stanchezza è sempre presente.
Il giorno dopo si riparte destinazione Lhasa attraverso i paesaggi che cambiano e con i miei occhi che non riescono a stancarsi, corrono dietro ogni immagine attraverso il finestrino, ma la voglia è quella di fermarsi e camminare, parlare, stare un po’ ma…non si può.
Arriviamo al lago Yamdrok Tso, magnifico, il sole si riflette sull’acqua color turchese, da fiaba, si insinua nelle vallate creando forme meravigliose, mai visto niente di simile.
In parte è ancora ghiacciato e con il sole e le ombre  l’effetto,  se possibile, è ancora più magico.
Il lago è sacro per i tibetani in quanto divino protettore del paese, un tempo lo era anche per i cinesi ma ora non più.
Sono solo intenti a ricavarne da esso “sacra” energia elettrica con la loro centrale, distruggendo non solo l’aspetto spirituale di questo splendido luogo, ma anche l’intero ecosistema in una  zona unica al mondo.
Perché?
Siamo tutti piuttosto estasiati da questo spettacolo e dopo un po’, parecchio, la guida riesce a farci ripartire, dobbiamo raggiungere Lhasa.
Saliamo e scendiamo continuamente, come il nostro mal di testa, verso pranzo ci fermiamo in un “ristorante” a circa 60 km da Lhasa, purtroppo una della jeep si è scassata e dobbiamo attendere che recuperino i compagni di viaggio.
Per pranzo altra stranita da parte di quel fanfarone della guida che ha suscitato battutastre a raffica, io in pompa magna ovviamente, la pazienza comincia a mancare.
Nel ristorante una coppia Tedesca (con guida e autista) di ritorno da una gita al lago proprio da Lhasa.
Hanno un van quindi posto per i 4 compagni rimasti senza la jeep, si aggregano a noi.
Per strada cominciano i controlli, non ne vedevamo da giorni, tutti vengono fermati e controllati, bus, auto, camion, specialmente noi, ad ogni stop (ogni 10km) 20 minuti, siamo stranieri.
La presenza militare è notevole, alcuni poliziotti hanno il lancia granate (?)
Durante uno dei controlli ci fermiamo sotto un cartello che segnala la direzione verso un monastero, di cui purtroppo non ricordo il nome, mi giro e… la via d’accesso è un ponte,  murato!
Dopo 3 ore arriviamo finalmente a Lhasa, così almeno dice il cartello, ma io vedo solo una lunga strada moderna con grandi autosaloni internazionali, palazzoni, negozi (ovvio), imprese di costruzione e cemento…pattuglie, gazebo con militari, altri con polizia, altri con militari, altri…
Imponenti lavori infrastrutturali…ponti, avvolti da bandiere tibetane…dopo 15 minuti di viale (senza soste) arriviamo in centro, me ne accorgo solo perché sulla sinistra noto una curiosa struttura vagamente tibetana, il Potala!
Ci fermiamo poco dopo ad un incrocio con un gazebo della polizia, ad attenderci i responsabili dell’albergo con un carrello per i bagagli.
Ci fanno scender e ci invitano a prendere i bagagli e seguirli, veloci...
Entriamo nella via e poco dopo ci ritroviamo catapultati in albergo un po’ ebeti.
Tutto è strano, tutto però appare tranquillo per le strade, tranne la nostra presenza.
L’albergo è l’ex dimora di un Lama e in effetti sembra proprio un piccolo monastero con il cortile interno, gli affreschi, le immagini e i colori, davvero carino.
La guida ci fa sistemare nella reception e ci consegna le chiavi delle camere dicendoci stasera si mangia qui, non potete uscire, domani vediamo…io, per la prima volta dopo 5 mesi, provo un vago senso di nervosismo e chiedo in maniera piuttosto decisa spiegazioni (sono 5 giorni che ti sopporto sbruffone mo basta!), è così! mi dice, io gli rispondo che lui non può impedirmi proprio un bel niente…anche gli altri cominciano ad animarsi perché non capiscono.
(a essere sincero io so perché c’è questa situazione, lo so da tempo, in parte ho scelto il periodo di proposito… il 10 marzo ricorre l’anniversario della rivolta di Lhasa, 1959, oggi è il 10…però non immaginavo tutto questo)
Interviene un altro, la nostra nuova guida a Lhasa, in maniera molto gentile e comprensiva ci dice che la sua compagnia ha avuto ordine dal governo di non far uscire stranieri per la città e si scusa con noi chiedendoci di aspettare l’indomani, in mattinata andiamo al Potala, nel pomeriggio con tutta probabilità le cose saranno diverse.
Per questo abbiamo incontrato la coppia tedesca, oggi nessuno doveva circolare per la città quindi li hanno “invitati” a fare una gita fuori porta.
Siamo “prigionieri”.
Comprendiamo ed accettiamo la cosa (però nessuna delle guide ha dato la vera motivazione).
La serata scivola anonima, molti discutono sulla situazione, altri si ritirano subito dopo cena costretti a cenare nell’albergo, ai loro prezzi, questo mi pesa J.

Andrea, Lhasa

…continua.

sabato 27 marzo 2010

Tibet ad occhi aperti...i miei. 2° parte

Partenza all’alba, ovvero di notte, le 7;30.
Dopo pochi minuti di strada infernale tra imponenti lavori infrastrutturali e dirupi, la quiete.
Asfalto immacolato e segnaletica fiammante, opera davvero notevole.
La strada si inerpica su di un paesaggio immenso, quest’ultimo non è cinese.
Saliamo costantemente tra montagne, strapiombi e corsi d’acqua che scendono dall’alto, nulla intorno, fino all’altopiano; si cominciano a vedere i prime centri abitati, poche case di mattoni tutte bianche con alle finestre le tende con i colori blu, giallo, rosso, insieme alle immancabili splendide prayer flags che sventolano sui quattro angoli dei tetti, sulle colline e ovunque.
Mucche e capre dal pelo molto lungo, diverso.
Incrociamo i primi mezzi, trattori, moto e carri trainati da animali, insieme ai pochi abitanti, semplici, lenti nei gesti e vivi negli occhi.
I villaggi sono pochi, in lontananza se ne vede qualcun altro ma sempre composto da poche abitazioni semplici e disorientanti.
Ogni tanto facciamo sosta per pochi minuti l’altitudine aumenta velocemente e tutti non facciamo che bere acqua, molta acqua, più di 4 litri al giorno per evitare fastidi ma immancabilmente qualcosa accade.
Fortunatamente nulla di importante ma il costante mal di testa e la difficoltà di respirazione fanno visita a tutti.
Ovunque sbucano cime alte, alcune altissime, ma da qui non sembrano così, come il k2 in lontananza.
Sarà che non mi aspettavo altopiani cosi vasti, nella mia mente la catena himalayana è l’insieme dei picchi per eccellenza, invece non è solo questo.
Ci sono spazi aperti infiniti dove il cielo di un celeste mai visto avvolge l’immensità di un radioso e gigantesco sole, si potrebbe rimanere ore ed ore solo a capire di quale blu si tratta.
In più il tempo è fantastico le uniche nuvole sono quelle create dal vento che soffia sui picchi più alti in lontananza, il resto è un infinita opera d’arte…vasta, delirante.
Ci fermiamo per pranzo in una tipica locanda, in un paesino sulla strada, semplice e graziosa ma non per tutti, alcuni non capiscono l’introspezione dei servizi igienici ma io li trovo perfetti, innegabilmente..."bucolici" J.

Dopo un gustoso pranzo a base di noodles, riso con carne, momo, si decide di ripartire, andiamo un po’ di fretta dobbiamo fare parecchi km oggi.
Ma ad ogni sosta la guida e gli autisti trovano difficoltà a farci riunire, ognuno si perde nel suo momento, chi in un immagine con la fotocamera chi semplicemente seduto ad ammirare il tutto tra polvere e sole, chi osserva curiosamente a specchio i locali, chi tenta di fare il giocherellone ed al terzo passo affrettato è senza fiato.
Ma che volete?
Quanti di quelli tra noi ripasserà da queste parti?
E soprattutto quanto ancora saranno cambiate “queste parti”?
Continuiamo a salire tra villaggi e cittadine, davanti alle abitazioni curiosi arnesi simili a parabole, almeno secondo me, solo poi capirò cosa sono realmente...
Poi cominciano i posti di controllo, passaporti visti del gruppo e chiacchiere, perdita di tempo ed oltraggio estetico morale ad un ambiente e persone dal silenzioso diritto di essere!
Arriviamo sul punto più alto dove il vento soffia forte e gelido, il sole non riesce a scaldare qui, poco tempo fuori dalle vetture per respirare e godere di tutta questa meraviglia, poi riprendiamo la lunga lingua di asfalto attraverso questo austero e al tempo stesso gentile paesaggio.
Prima di sera arriviamo a Shigatze.
Ci sistemiamo per la notte in un gradevole albergo, camere doppie, acqua calda e asciugamani, un sogno.
Tutti rimangono in stanza stremati, nonostante il viaggio seduti siamo a pezzi per via dell’altitudine.
Io però voglio fare un giro, sono abruzzese, che sarà mai qualche metro di altitudine?
L’albergo è a poche centinaia di metri dal Tashilompu Monastery, io mi incammino per la città osservandolo incastonato sotto la collina.
In giro nessuno, poche persone e poche auto solo taxi e blindati della polizia (?).
Proprio di fronte l’entrata principale del monastero una enorme piazza con un mega maxi schermo, statue di metallo, panchine ed un’altissima asta dove svetta la “bandiera”, freddo, tipicamente “rosso” il tutto.
Un immenso spazio "vuoto" proprio lì davanti...
In una traversa vicina alcune persone, tibetane,  sono in terra con bottiglie di birra cinese che sparlano, dicono qualcosa, gli unici che si fermano ad ascoltarli gentili sono coloro in completo amaranto, monaci, che non lesinano pochi spiccioli e parole di conforto.
Non posso capire il tutto ci mancherebbe, ma improvviso qualche mia personale "percezione"…
Da qui comincia la città “nuova”, un agglomerato di negozi di telefonia mobile, palazzi, alberghi accecanti,  ristoranti sfavillanti, negozi di musica assordanti, banche, fast barbecue food e centri commerciali, il tutto condito con una quantità inpensabile di palazzi governativi e caserme con la bandiera cinese che sventola piantonata da divise verdi e mimetiche.
Trovato un market faccio spesa per la sera compro poche cose essenziali, una busta e torno in albergo, ma camminare per il mio corpo anche con soli 2 kg è pesante, arranco insieme ai miei pensieri.
L’indomani mattina facciamo un giro per la città, io e i compari olandesi.
Vicino al monastero, sulla sinistra, un agglomerato formato da vecchie abitazioni palesemente tibetane, leggermente trasandato, con persone sedute a terra a vendere frutta e verdura, più avanti verso l’ingresso venditori ambulanti, oggettistica tipica tibetana, buste gialle di burro di yak,  “souvenir” e paccottiglia plastica varia.
Qualcuno tenta timidamente di invitarci all’acquisto.
Ancora più in là una zona pedonale (via parallela a quella della sera prima), almeno dovrebbe visto il continuo transito di mezzi, con strade piastrellate e con architettura e colori vagamente cinesi piene di negozi di ogni tipo, ma sempre pochissimi acquirenti.
Il tutto è eccessivo se rapportato alla popolazione, anche nel mercato rionale è la stessa cosa, centinaia di bancarelle senza acquirenti.
Assurdo, davvero senza un motivo.
Nel pomeriggio visita al monastero, totalmente abitato da monaci, appare come un villaggio silenzioso proprio incastonato sotto la collina, colorata dalle bandiere.
Entriamo all’interno tra bianchi edifici con le consuete tende colorate mosse dal vento, incrociamo un monaco con una cassa di redbull sulle spalle...(?)
Nel monastero pellegrini intenti ad offerte e riti dinanzi alle statue del Buddha d’oro, in un atmosfera di sacralità, silenzio, con il suono dei mantra recitati dai più sottovoce camminando in senso orario tra la fioca luce ed il denso odore delle candele di burro di yak.
Mentre la guida ci spiega a bassa voce le immagini, le iscrizioni e la storia del luogo, alcuni ci osservano incuriositi, sorridono e salutano in maniera sincera, dolce, qualcuno ci stringe la mano qualcun altro ci indica ai bimbi che ci osservano con sgomento.
Poi un sorriso.
La mia sensazione è di essere fuori luogo li, con i nostri abiti colorati, le macchinette (per foto biglietto extra), stonati ad ascoltare  e capire il vero significato di tutte quelle tante cose.
Ma allo stesso tempo la sensazione che pervade è quella di un luogo familiare, caldo, senza distinzione alcuna.
Tranne che per la guida che in più di un occasione sottolinea la complessità nel far comprendere ad un occidentale il tutto, una guida più simpatica non ci poteva capitare?
Però nessuno gli da peso più di tanto, siamo tutti intenti a godere di quel che viviamo tra le bellezze, le sensazioni e l’accoglienza di tutti.
Girando all’interno notiamo monaci un po’ strani, schivi, alcuni ridono e scherzano a voce alta altri sono dimessi ed intenti alle proprie mansioni, accennano sorrisi.
Alcuni seduti in terra riparano vesti usate per i poveri.
Qualcuno ci ha detto che non tutti sono monaci…
Alla fine della visita la guida ci concede le restanti ore libere all’interno ma dicendoci chiaramente di non parlare con nessuno.
Nessuno parla inglese, facile.
Girando mi accorgo di alcune telecamere, nascoste, colorate come i tetti e quant’altro, la guida mi dice ecco!
Usciamo dalla parte superiore proprio sulla collina, camminiamo all'esterno tra dipinti sacri e mantra sulle rocce, i monaci anziani si aggirano in preghiera.
Io e la triade  ci sparpagliamo sulle rocce, al sole, davanti a tutto quello spazio.
A destra il colorato monastero, di fronte la quiete delle montagne, a sinistra i palazzoni e il cemento…
In silenzio, ognuno assorto nei propri pensieri, considerazioni, proprio li, tutti sotto lo stesso cielo.
Prima del tramonto rientriamo grazie ad un monaco silente che ci apre le porte anche se stanno iniziando le preghiere e proprio prima di uscire ci ferma uno di loro che in un discreto inglese ci invita a prenderne parte, stare con loro, ma non vogliamo creare problemi e riscendiamo via...sempre più pensierosi e un po’ costernati.
Sono in Tibet dopo anni di immaginazione, di letture, desideroso di vivere e capire anche solo quel poco, un istante, ma…non si può.
Sono meno felice.


Andrea, Tibet


...continua.

venerdì 26 marzo 2010

Tibet ad occhi aperti...i miei. 1°parte

6 marzo 2010

Alle 5:45 adunata sotto l’agenzia, attesa per pochi ritardatari e via verso il confine con la Cina (sarebbe del Tibet ma..).
La comitiva è formata da 20 persone, 13 sul bus, le altre le raccatteremo strada facendo.
I facenti parte del “gruppo” sono piuttosto variegati: 
coppia di cinquantenni tedeschi che se si sono venduti casa comprati un camper e partirti per un viaggio di un anno.
Steve australiano in vacanza, tipo davvero particolare con tanto di targhetta ciao io sono Steve J piacere ...(non parla mai)
Un inglese avanti con l’età e con un carattere troppo indietro.
Una ragazza inglese in giro per mesi tra volontariato e vacanza.
Due giapponesi…punto.
Triade pischella olandese piuttosto alternativa e rumorosa.
Un’olandese in solitaria, un’australiana in solitaria, una svizzera in solitaria, un islandese fotografo freelance, ma che si è preso un anno solo per viaggiare in solitaria, una giovanissima coppia di tedeschi bau bau micio micio in vacanza e un italiano un po’ fuori in solitaria, io.
Arriviamo al confine tra la solita terrificante generosità di buche delle strade nepalesi, mentre la guida ci illustra i comportamenti da tenere per evitare confische materiali e paranoie, o non essere arrestati e polverizzati con un raggio fotonico; ci sono tre approfonditissimi controlli prima di poter varcare la soglia, niente coltelli, niente libri religiosi, niente libri di alcun tipo con immagini di monaci buddisti o Dalai lama, comprese eventuali foto scattate durante/ovunque nella vita, niente foto al confine, ai militari, alla polizia, ad edifici governativi o a macchie di saliva in terra, ne va dell’onore del paese.
Se siete in possesso di tali ”ordigni” siete pregati di lasciarli alla guida che tornerà a Kathmandu così da poterli riavere al vostro ritorno tra una settimana, non vale per me.
(però se ve la sentite potete rischiare nascondendoveli addosso, non controllano persone fisiche…comici si nasce)
A proposito, tra i due confini ci sono quasi 500mt di camminata e un ponte, alla fine l’Impero.
Appena metto piede sul lungo ponte, infestato da centinaia di persone, in lontananza intravedo l’ingresso con i militari.
Alla distanza di 489 mt da quel punto decido di testare la professionalità della nostra guida, dal marsupio estraggo lentamente la mia fotocamera col glaucoma, il tempo di accostare il dito su on e…dai lati del ponte mi si catapultano 7-8 persone con braccia alzate no no, no foto no foto, piuttosto sorpreso dalla rapidità sorrido e dico sorry, I didn’t know... il tutto finisce “sereno”.
Ci fosse stato uno in divisa o dal volto vagamente cinese, erano tutti del nepal con tanto di abiti e la tipica cazzuola rosa che portano in testa, semplici cittadini di zona.
Arriviamo all’entrata e troviamo gli ultimi tre del gruppo ad aspettarci, sono italiani; e bene si, finalmente, padre e figlia con un amico in vacanza per un po’ di giorni, romagnoli veraci, simpatici.
Siamo tutti, si entra.

Se pensi free Tibet verrai immediatamente prelevato dai servizi segreti travestiti da comunisti e di te non si saprà più nulla, almeno fino a quando non ci si ribecca con Alfy.
Non è andata proprio così ma la ragazza svizzera in solitaria, sul ponte, aveva lasciato un giacchettino che aveva una micro toppa con su scritto “free Tibet” alla guida così da non rischiare storie.
Beh, appena ci siamo messi in fila è stata prelevata da alcuni uomini in borghese portata in una stanza e dopo mezz'ora rispedita da noi per prendere i suoi bagagli e tornare indietro, "persona non desiderata…"

Immediatamente controllo della temperatura ad infrarossi e passaporto, subito dopo raggi x per bagagli, poi controllo bagagli effettuato a mano.
I bagagli dei primi vengono letteralmente gettati sul tavolo e minuziosamente controllati, così come cd, fotocamere, panni sporchi ect… (perché ho fatto il bucato??).
Mano a mano il controllo è stato leggermente più blando anche perché l’attesa si stava facendo imbarazzante, comunque anche a me hanno rivoltato lo zainone e trovato il libro di Alfy, quello su Krsna, che avevo assolutamente rimosso dal perenne cataclisma interiore del mio zaino.
Lo hanno visto, sfogliato, rigirato, annusato, assaggiato, ma non avendo trovato figure e tantomeno compreso una parola di inglese me lo hanno ridato, in più non hanno nemmeno badato all’altro zaino che avevo sulle spalle ed il marsupio con la fotocamera…mah.
Poi controllo passaporti e visto, poi di nuovo controllo bagagli ai raggi x ed eventuale perquisizione, eventuale…ha libri??? 
Beh si li ha controllati quel signore in divisa a 10 metri da noi, si ma noi siamo un’altra cosa, faccia vedere prego.
Aritira fuor il tutto e prendi  i libri ennesimo pseudo controllo, pareri di illustri colleghi dal palato fine e...grazie può andare.
Tutto questo in un corridoio di 30 metri, tre ore!!!…ah, nessuno controlla le persone e tanto meno ci sono metal detector, quindi tutti siamo passati con i coltellini in tasca guide nelle mutande e quant'altro.  Volendo tritolo, napalm, droga, armi, tanto nessuno ti può toccare.
Quindi se ti fai esplodere come un kamikaze o trasporti armi di distruzioni di massa  in qualunque punto del Tibet va bene, ma se c’hai la foto di un monaco sulla guida sono cavoli.
Ben venuto in Cina...(Tibet).

p.s.: il ponte sancisce inoltre l’accesso illimitato alla corrente elettrica, asfalto e lo spostamento delle lancette di ben 2 ore e 15 minuti, orario di Pechino...alba alle 9.
Tutto a 500 metri dal Nepal.
Potere dell’Impero.

La prima notte l’abbiamo passata a Nyalam , 3700mt circa (in un giorno), ridente nulla a 30 km dal confine, lievemente avvilente ma iniziale assaggio di tessuto umano.
Il luogo è davvero senz'anima, il paese respira lungo la strada, di passaggio.
In giro solo negozi, market, ristoranti e cinesi.
Pochi i natii e un solo piccolo maltenuto (apparentemente senza vita) monastero.
L’alloggio è abbastanza spartano, camere da 6 letti con bagno in comune per 20 persone.
Io mi sono aggregato alla triade pischello olandese con cui mi sono trovato subito bene, irruenza trash giovanile positiva unita a brillante intelligenza, non l’avrei detto, mine vaganti.
L’indomani saremmo dovuti andare a Lhatse e far sosta per una notte, altra anonima cittadina a poco più di 4000 mt, per dar modo all'organismo di abituarsi all’altitudine, ma la guida ci ha consigliato di saltare la sosta vista la bassa stagione e la quasi totale chiusura di tutte le attività e dirigerci direttamente a Shigatse, seconda città più grande del paese dopo Lhasa.
Sinceramente non ero d’accordo per via del mal di montagna che spesso colpisce chi no né abituato a certe altitudini, ma la guida è apparsa piuttosto determinata nel rassicurare tutti al riguardo, viaggiando in jeep di rado si accusano disturbi in tal senso; il gruppo unanime ha deciso, si parte per Shigatse.
Andrea Tibet

...continua.

Finalmente "free"...

Sono arrivato oggi a Sapa, Vietnam del nord, lasciandomi alle spalle il superbo Tibet, unfree,e la complessa Cina.
Ora posso tornare ad aggiornare il blog.
A breve...

venerdì 5 marzo 2010

Namaste...



Dopo 5 settimane lascio il Nepal.                                       
Ennesimo luogo in cui lasciare un pezzo di cuore,  indiscutibile bellezza, inaspettato ecosistema e clima, ma soprattutto luogo abitato da un popolo straordinario.
Un popolo dal quotidiano non semplice, dai forti contrasti tra “l’occidentalità” emergente ed il profondo rispetto delle tradizioni, la confusione ecologica e la prepotenza della natura, il tutto tra occhi e animi sinceri, un popolo che mi ha rapito per la sua sincera semplicità, dignitosa ed ampia….molto di più di quanto appare.

Dopo 8 giorni relax e "pianificazione" si riparte.
Tutto è pronto, acchittato e pagato!
Salato stavolta e senza una spiaggia.
Ci si rialza (perché sempre alle 5 del mattino???) e si guarda la strada, si punta in alto, molto in alto, 5200 mt il punto più alto che toccheremo per poi riscendere verso Lhasa.
Si riparte dal Tibet.
Desiderio di ogni viaggiatore, meta di ogni spirituale concezione, un gioiello incastonato tra le punte più alte al mondo, che da 60 anni non facciamo che “conoscere” tramite i media.
Dall’inizio, anche se contro i miei desideri, ho sperato di non dover passare da qui.
Ovviamente per il semplice fatto che ho il profondo timore di non trovare ciò che per tutti rappresenta.
Ho paura di imbattermi ancora una volta in qualche “appariscente” ingiustizia, nell’ennesima dimostrazione di quanto la stupidità umana possa materializzarsi con tanta normalità, assuefazione, una delle tante in giro per il mondo, ma di certo la più ”pensata”.
Comunque sono felice perché riparto ancora una volta colmo di gioia per quel che ho appena vissuto e con tutte le innocenti speranze che spero di vivere…ancora.
Grazie Nepal, Namaste.

Nel frattempo avendo trovato una connessione free nel mio strepitoso tugurio mi sono, dopo mesi, attentamene soffermato sulle notizie apparse sui nostri quotidiani…senza parole, cioè, non ne voglio parlare perché delusione e rabbia sono troppo grandi.
L’italia.
Un amico mi ha mandato una mail proprio in questi giorni mentre ancora senza parole cercavo di mettere insieme il complesso puzzle dell’informazione italica e…:

Come va lassù in Tibet? Da quanto leggo tutto alla grandissima!!!  (metti gli occhiali allora, sono ancora in Nepal...:-))bravo... Anche se a sprazzi noi riusciamo a capire quello che ti accade...
Ma cazzo tu non sai quello che sta accadendo qui in Italia...
Minchia ti stai perdendo veramente lo stivale che affonda... In tutti i sensi...
Ma andiamo con ordine.
Ieri e' ricominciata la saga trash dell'isola famosi, di famoso che io conosco c'è solo la Sandra Milo, ma credo che ormai abbia 140 anni...
Qualche giorno fa invece e' stata resa pubblica una maxi truffa ai danni dello stato di Fastweb e società limitrofe, hanno evaso l'iva per centinaia di milioni di euro.
54 persone inquisite tra cui anche dei senatori accusati di collusione con la Mafia.
E' ormai di qualche settimana invece la notizia che Bertolaso, capo della protezione Civile, dava deliberatamente in affido dei lavori pubblici a suoi amici in cambio, a quanto sembra, di favori sessuali, soldi, posti di lavoro per amici e parenti.
Nel frattempo si scopre che in Abruzzo la ricostruzione si e' limitata alle famose New town che, a mq, ci sono costate quasi il doppio del prezzo di mercato, disgregando comunità e famiglie.
Il centro storico dell' Aquila, invece e' fermo ad aprile scorso, quintali di calcinacci ancora per le strade e cittadini, commercianti, studenti che non sanno quando potranno rientrare in case che, come da perizie effettuate, potevano essere sistemate a prezzi molto inferiori a quelli sostenute per la costruzione delle new town.
Le piogge di queste ultime settimane, inoltre, hanno dato corpo a quel famoso "rischio idrogeologico" di cui l'Italia soffre da decenni.
Paesi interi in Calabria e Sicilia (e mi devi credere ho visto scene veramente apocalittiche) che smottano, costoni di montagne che si staccano e scendono a valle, fiumi di terra e fango che inghiottono ogni cosa.
La disoccupazione ormai si tocca con mano, ognuno ormai conosce qualcuno che rischia la cassa integrazione o di essere licenziato.
La Fiat ha messo in Cassa integrazione 30.000 persone.
Altre migliaia di persone provenienti dal settore dei call center andranno a spasso tra poco.
E anche da noi, a detta del Presidente *******, si rischia di morire in poco tempo se non si prenderanno scelte importanti, scevre da indicazioni politiche.
La bella notizia??
Il festival di Sanremo si e' concluso con buoni ascolti e presentando anche discrete canzoni.
Primo e' arrivato tale Scanu, diciannovenne uscito da Amici di Maria de Filippi, e secondo Pupo affiancato da un tenore e Emanuele Filiberto.
Si.
Emanuele Filiberto di Savoia.
Il problema e' che cantavano una canzone dal titolo "Italia Amore Mio".
Sbaglio ad essere veramente preoccupato?

Salutami il mondo, G.D.A

…bene, ora qualcuno, o qualcosa magari (visto che ha più neuroni un catalogo ikea jamaicano che un nostro politico), ci potrebbe spiegare come tutto questo è possibile in un paese come il nostro?
Se volete posso fare la domanda in tutte le lingue delle persone che me lo hanno chiesto, tante!
Fortuna che la strada è lunga, ma quanto male mi fa tutto questo…??

p.s.: sto maturando l'idea di aprire una pagina nel blog al riguardo, un contenitore libero di pensieri, veri pensieri, suggerimenti???

Andrea, Kathmnadu